L’erica bussa al grano saraceno, il paesaggio è l’estraneo che la rincorre – vivere per partire dall’idillio di ciò che non ha né mani né volto, di ciò che si muove controvoglia. Nell’autunno del 1900 Rilke arriva nel villaggio di Worpswede. Si è appena separato da Lou Andreas-Salomé, alle spalle ha la Russia, e risponde all’invito di Vogeler: “manterrò la promessa e sarò da lei in agosto”. Il Barkenhoff, la casa di Vogeler tra le betulle, gli fa da asilo. La pianura gli sembra all’inizio grigia e spoglia; la terra non merita il suo sguardo.
Pittori e poeti danno vita a quel luogo su tela e su carta, come fosse uno spazio sospeso nel tempo, tra chi lo odia e chi se ne innamora. Qui si crea, di fatto, una piccola comunità artistica; Paula Becker la racconta come una famiglia. Rilke tiene in equilibrio Paula e Clara Westhoff. Poi Paula si fidanza con Modersohn – il 12 settembre, dopo una gita in barca proprio con Rilke – e lui lo scopre in ottobre; parte in fretta, torna dopo pochi mesi e nella primavera del 1901 sposa Clara. Paula sposa Otto un mese dopo. Nell’agosto del 1902 Rilke e Clara si separano di comune accordo. Dal punto di vista anagrafico, la famiglia, oltre a essere un disastro, dura meno di due anni.
Rilke stesso, nel libro che scrive in quel periodo, usa la parola contro i contadini della brughiera: tra quelle persone, dice, non c’è somiglianza di famiglia. Non dubito che l’ironia fosse involontaria.
La nota più dolente è quella della Becker. Dai suoi diari si capisce che in famiglia, e a Worpswede, nessuno la prendeva sul serio come pittrice e nessuno le chiedeva mai del suo lavoro. Quando si sposta dal modello della comunità verso una voce propria lo dice senza giri di parole: “io sono io, e spero di diventarlo sempre di più”.
Muore nel 1907, a trentun anni, dopo il parto. Rilke le dedica il Requiem für eine Freundin (1908). Una lettura recente dell’epistolario tra i due, a cura di Rainer Stamm, vi vede anche un atto di distorsione: Rilke trasforma la pittrice in musa letteraria, con idee che lei stessa rifiutava. Ha reso Paula immortale e, nello stesso gesto, ne ha scelto il significato.
Che cosa significa, dunque, abitare un luogo che, per dichiarazione del suo primo poeta, non ci conosce? La brughiera non ha volto. Glielo diedero i pittori, e con loro Rilke, che se ne andò. Paula ci rimase e ci morì. Le parole nel diario di Rilke su Worpswede non hanno bisogno di commento, solo di occhi per leggerle.
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Diario di Schmargendorf
R. M. Rilke
Camminavamo insieme attraverso la brughiera, di sera, nel vento. E a Worpswede il camminare è sempre così: per un tratto si procede in avanti, immersi in conversazioni che il vento distrugge in fretta; poi uno si ferma e, poco dopo, anche l’altro. Accadono tante cose. Sotto gli ampi cieli si stendono, piatti, i campi variopinti che si fanno scuri, ampie ondulazioni di colline ricoperte di erica mossa dal vento, confinanti con campi di stoppie e campi di grano saraceno appena mietuto, che, con il rosso dei suoi steli e il giallo delle sue foglie, somiglia a una stoffa di seta preziosissima.
E come tutto giace lì, vicino e intenso, così reale che non lo si può trascurare né dimenticare. A ogni istante qualcosa viene esposto all’aria dai toni terrosi: un albero, una casa, un mulino che gira lentissimamente, un uomo dalle spalle nere, una grande mucca o una capra dagli spigoli duri e frastagliati, che sale verso il cielo.
Non ci sono allora che conversazioni alle quali il paesaggio prende parte, da ogni lato e con cento voci.