Un ictus gli sequestrò la lingua, gli annichilì metà del corpo, l’afasia conseguente alla malattia tolse al poeta la parola, al pianista la mano; la mano sinistra di Tranströmer fu esattamente lo specchio della sua poetica sottratta. Dopo il grave malore del 1990 volle evitare una resilienza da rotocalco. Imparò a suonare con la sinistra soltanto, mentre compositori gli scrissero pezzi su misura. La stessa cosa Tranströmer la fece con la sua poesia, meno mezzi, meno parole, profondità ascetica.
"Sparita la larva, erano spuntate le ali"
Nato a Stoccolma nel 1931, passò un’infanzia con la madre; i genitori si separarono precocemente. Le estati passate nella casa del nonno materno a Runmarö, tra le isole, l’acqua, la luce del Nord, furono lo sfondo di immagini poetiche folgoranti. Esordì nel 1954, a soli 23 anni, con la raccolta 17 Dikter, ottenendo immediato riconoscimento in patria svedese; già dalle sue prime poesie si concesse, tramite metafore quasi aliene per costruzione, al tema più ricorrente della sua poesia: l’estinzione dei confini.
Tradotto in più di cinquanta lingue in tutto il mondo, in Italia è edito da Crocetti, delineò una voce fondamentale del panorama internazionale e si affermò come il miglior poeta della sua generazione. Il suo mestiere, tuttavia, non fu il poeta. Psicologo per decenni, lavorò con pazienti in riabilitazione o giovani detenuti. I suoi componimenti portarono la cicatrice di tali incontri; lucide, cliniche osservazioni mescolate a immagini inconsuete e nuove formazioni linguistiche perno del suo stile.
Il riconoscimento internazionale arrivò tardi, ma nel migliore dei modi. Nel 2011 si presentò al ritiro del Nobel in sedia a rotelle, con un pianto sommesso e gesti trattenuti. Le uniche parole furono quelle dell’accademia svedese:
"attraverso le sue immagini condensate e traslucide ci offre un nuovo accesso alla realtà"
Nel 2015 una breve malattia. Morì dove nacque, nel centro di Stoccolma, nella stessa città in cui visse con la famiglia, nella quale suonò A Vigil di Frank Bridge con una mano; nel salotto al quarto piano, un pianoforte a coda, una poltrona e la libreria a cui dedicò una poesia. Una stanza concisa, come il suo modo di esprimersi, dove le parole si eran fatte rare, e dove ora suonano i silenzi.