Il dio che dimentica le spiagge

Leggendo Mito di Cesare Pavese

di Tommaso Filippucci

Mito
*
***Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

ottobre 1935

Una collina, un'osteria o una donna di passaggio; nulla di tutto questo, meglio, il momento in cui un dio smette di essere tale. Un giovane dio diventa uomo senza pena, esibendo un sorriso "morto", il sorriso di chi ha capito tutto ma ha perso la meraviglia. Il sole si allontana e le spiagge della giovinezza sfumano. Nessun cataclisma; pura assuefazione, sottomessa alla stessa fatica quotidiana che piega i contadini, i vagabondi e le prostitute.

“La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere”
- Il mestiere di vivere

È da qui che voglio iniziare, da Cesare Pavese e da Mito, una delle poesie di Lavorare Stanca in cui quel passaggio dal vedere al comprendere, e dal comprendere al perdere, assume la forma divina.

pavese
Cesare Pavese - da: Secondo Tempo Cattolica News

Partiamo dal presupposto che il termine “mito” è per Pavese tutt'altro che decorativo. Un modo di stare nel tempo, anzi, fuori dal tempo; è la condizione in cui le cose accadono per la prima volta, sempre uguali a se stesse, senza la logora ripetizione della vita adulta. Pavese lo aveva già scritto nei suoi interventi teorici: l'infanzia, la campagna, le colline del Santo Stefano Belbo in cui è cresciuto, sono per lui il territorio dove il mito resta ancora accessibile, prima che la città e la storia lo cancellino.

Mito mette in scena esattamente questo passaggio: da un tempo che si ripete sempre a un tempo che scorre e basta, quello dell'uomo adulto, che ha compreso, e proprio per questo ha perso qualcosa; senza pena, come ripete sia all’inizio che alla fine della poesia. Ciò che colpisce di più, rileggendo questi versi, è l'assenza totale di dramma. Nessuna hybris, nessuna punizione divina o detronizzazione; È un destino che assomiglia più alla vecchiaia che alla tragedia, poichè egli smette pian piano di riconoscere il proprio paesaggio. La sua poesia, in tutta la raccolta, preferisce la fatica quotidiana, lo sfinimento lento, alla grande catastrofe. "Mito" applica alla divinità la stessa legge fisica che regola tutte le altre creature di Lavorare stanca; si vive, ci si consuma, e infine si dimentica.

lavorare stanca
Lavorare Stanca - da: Biblioteca Liceo Gullace Talotta

Alcuni critici pavesiani, tuttavia, hanno spesso indicato una lettura più intima: il giovane dio che diventa uomo assomiglia molto al ragazzo che, cresciuto tra le Langhe, si è trasferito in città e ha perso l'accesso diretto a quel mondo arcaico che da adulto può solo raccontare, mai più abitare. Diciamo che “Mito” potrebbe essere letta quasi come un autoritratto in controluce; il poeta scrive il suo testamento perchè sa che, un giorno, non potrà più vivere le cose per la prima volta. Forse è questo che rimane quando un dio dimentica le proprie spiagge: non tanto la caduta, ma la memoria di averle viste.

Tommaso Filippucci