Prima di tutto c’è da segnalare un grave refuso nel titolo, in realtà volevano scrivere L’esagerata. Ma nessuna colpa da attribuire agli autori, sarà stato sicuramente il correttore di hype internazionale, secondo le cui regole ferree il titolo di un film per essere accattivante deve avere due qualità fondamentali: essere intrigante e non centrare un cazzo. Direi che il risultato in questo caso è stato ottimale.
Dispiace anche dover utilizzare l’ironia (che poi, lo so, non faccio ridere a nessuno) per scrivere la recensione di un film di un regista giovane e fresco, che porta alla causa dell’horror italiano un’ondata di novità. Sì, dispiace, perché le premesse per creare qualcosa di veramente interessante c’erano tutte, però sono state anche tutte disattese. Per cui l’unica reazione possibile, a caldo, è l’ironia. Qui ci sarebbe da piangere, per un cinema italiano allo sbando più totale, per una bell’idea gettata alle ortiche malamente, per una critica italiana che si vanta di aver un film del genere tra le fila nazionali. Ma se vogliamo evitare di piangere, non ci resta che scherzarci su.
La storia è divisa in quattro capitoli e un epilogo. Ecco, alla fine del primo, nonostante promettesse bene sia a livello di premessa che a livello registico, il film precipita inesorabilmente nel vuoto cosmico e la sensazione che si prova quando si legge la scritta “Capitolo II: il figlio” è un mix di: mannaggia la puzzona ho già capito cosa succederà in tutti i prossimi capitoli, e ma quando finisce quest’agonia?
Per fortuna, tra una tragedia e l’altra, intervallate da qualche gran schiaffone qua e là, la storia volge al termine esattamente come ci si immaginava. Costellata di elementi inutili e tal volta grotteschi, la narrazione rischia spesso di cadere addirittura nel cattivo gusto. E la regia non aiuta: ci sono spiragli di grande talento, va detto, che però si perdono in una strutturale incapacità di gestire la continuità che esige un lungometraggio e un bisogno quasi ossessivo nel seguire un’estetica a metà tra un horror americano di serie B e un videoclip ambizioso.
Questa sera sono molto deluso. Mi rattristisce vedere il cinema italiano che continua ad assegnare fondi come la Dea Fortuna (bendata), ma con questo ci ho ormai quasi fatto pace. Mi rattristisce ancora di più constatare una tendenza internazionale, ma direi quasi generazionale, che riguarda la maggior parte degli autori emergenti, che vira sempre di più verso il “tanto fumo e niente arrosto”. Certo i film son fatti bene, curati nel minimo dettaglio e belli da vedere (ma anche grazie al cavolo mi vien da dire con tutta la grana che ci vuole), eppure sembra non interessare più a nessuno la sostanza. Questa è la cosa più triste, e il pubblico se ne rende conto. È molto meglio un film fatto male che lascia qualcosa, e questo il pubblico lo sa. Vogliamo tutti andare nella direzione “voglio stupire, voglio che si accorgano di me e di quanto sono bravo”, ma non è mica così che si fa cinema. Non è così che si fa arte
09/10/26