Recensione Nessun dolore
🔥🔥🔥/7

di Nicolò Silverii

Per questo film, che è l’ultimo di Gianni Amelio, è necessario soffermarsi su taluni aspetti che non riguardano necessariamente l’opera in maniera diretta, per cui mi scuso con il lettore che si aspettava una (semi)-canonica recensione sulla falsa riga delle altre. La faccenda è particolarmente delicata e riguarda concetti di notevole spessore quali “arte” e “politica”, tra gli altri.

Tante volte ci si chiede se è possibile distinguere l’artista dalla persona, l’opera d’arte dal suo contenuto ideologico (se c’è), una cosa fatta bene da una cosa importante. Ecco, davanti a questo film è fondamentale porsi questo tipo di quesiti e tenere ben distinti il messaggio che esso vuole far passare e il come questo messaggio viene fatto passare.

Ci tengo a fare suddette precisazioni perché è facile essere fraintesi quando si parla di questo genere di differenze. Ebbene, il nuovo film di Amelio è scritto proprio male, girato discretamente e interpretato da favola. Ma niente di tutto questo, che sono considerazioni estetico-artistiche, può, anzi deve distoglierci dall’unica cosa importante a livello sociale e politico: il messaggio.

Nessun dolore
Nessun dolore al cinema

Sono entrato in sala, come sempre, con la coscienza sdoppiata: da una parte l’artista (non me ne voglia chi non mi giudica tale) e dall’altra l’uomo. L'artista è rimasto estremamente deluso, soprattutto dalla sceneggiatura, eppure l’uomo ne è uscito arricchito. E attenzione, quando parlo di sceneggiatura non parlo della storia in sé, bensì di come viene raccontata, e nonostante spesso le due siano la stessa cosa, in questo caso particolare, la differenza tra queste è abissale.

Venendo finalmente al film, il tema è quello dell’immigrazione, purtroppo ancora di rilevanza assoluta, e quest’opera lo tocca da una prospettiva nuova: apre gli occhi ancora di più, perché evidentemente ce n’è bisogno, sull’apartheid nascosta, subdola, non curante, che pullula nel nostro Paese. La stessa apartheid che propugniamo tutti i giorni con qualsiasi piccolo o grande gesto che dica “noi siamo noi” e “loro sono loro”. Per questo sulla scritta che apre il film si legge: “Questa storia non è ancora stata raccontata”.

Il punto di partenza è una provocazione fortissima ad ognuno di noi, ci mette in guardia, ci fa rizzare le orecchie. Tutto il resto del film, però, purtroppo, ci ricorda che per superare le differenze non basta vedere le cose in bianco o nero. La storia è stereotipata a livelli inimmaginabili: “loro” sono buoni, “noi” siamo cattivi (a parte qualche eletto), “loro” non parlano italiano, “noi” non parliamo la loro lingua, e non solo: la generalizzazione si estende addirittura agli studenti universitari e ai vecchi balordi. In cima a tutto questo, il riscatto del protagonista non nasce da un cambiamento di prospettiva ma da un rimorso egoistico, un bisogno di stare in pace con sé stesso, più che qualsiasi altra cosa.

Nessun dolore
Nessun dolore al cinema

Mi pare evidente che puntare il dito verso qualcuno, che siano “loro” o “noi”, che sia lo Stato o i Paesi in guerra da cui scappano gli emigrati, sia utile fino a un certo punto. Così come è utile fino a un certo punto ospitare cinquanta senzatetto in casa, o al contrario negargli aiuto. Se la soluzione fosse così facile, forse il problema sarebbe già risolto, in un modo o nell’altro. Purtroppo, no, non è semplice per niente e per risolvere il problema, sicuramente, bisogna guardarlo con occhi consapevoli della sua complessità.

Quindi sì, continuiamo su questa strada, assolutamente, perché il cinema è e deve essere (anche) politica. Però, ecco... Vediamo di farlo meglio. E non tanto perché un film debba essere migliore di un altro, ma perché quando le cose son fatte bene allora arriva meglio anche il messaggio, e soprattutto arriva in maniera più ricca e stimolante, non piatta, come in questo caso.

30/09/26

Nicolò Silverii