Progresso in secca

Le rovine del Danubio e Walter Benjamin

di Tommaso Filippucci

Nel corso di quest’estate il Danubio si è ritirato come raramente si era visto. A Budapest il livello dell'acqua è sceso a 23 centimetri, ventitré! dieci in meno rispetto al record negativo del 2018. In Serbia, in Ungheria, in Romania, le sponde si sono allontanate asciugandosi come sabbia deserta; e il fondale, come sempre accade quando un fiume si ritira, ha cominciato a restituire ciò che per decenni ci aveva tenuto sommerso: questa volta un relitto di una nave da guerra tedesca a Prahovo, in Serbia, e una motocicletta della Wehrmacht assiemai ai resti di due soldati caduti nella battaglia del 1945 a Budapest. Il Danubio, d’altronde, fu usato come discarica di guerra.

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Danubio prosciugato - da: Euronews.italiano

Nel frattempo, il caldo estremo di una crisi climatica ormai strutturale ha spento la centrale nucleare di Paks, in Ungheria, dove l'acqua non arrivava più alle bocche di aspirazione delle pompe di raffreddamento (il primo ministro Magyar ha riferito che, nella giornata di ieri, sono terminati i lavori di manutenzione). In Serbia, invece, i grandi impianti idroelettrici sul Danubio continuano a lavorare ormai a un quinto della loro capacità. Ci troviamo davanti a un vincolo reale di un intero pezzo d'Europa e di tutto il mondo.

Nel 1940, in fuga dai nazisti e a un passo dal togliersi la vita, Walter Benjamin scrive le sue Tesi di filosofia della storia. Per spiegare come la civiltà moderna stia ciecamente andando incontro al proprio baratro, nella tesi numero 9, Benjamin si ispira a un piccolo acquarello di Paul Klee che possiede e ama: l'Angelus Novus.

“[…] un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato.”

Il filosofo tedesco, in quell’immagine, scorge l’immagine tragica dell’uomo moderno e la sua illusione che la storia sia un cammino d’inarrestabile miglioramento. Mentre l’uomo crede di spingersi verso il progresso, l’angelo della storia osserva disperato, con sgomento, la scia di distruzione che la civiltà si lascia alle spalle. Vorrebbe fermarsi, piangere, ricomporre un puzzle distrutto, ma non può:

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Walter Benjamin - da: The New Yorker
“Ma una tempesta spira dal paradiso […] Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

Il Danubio del 2026 mette in scena Benjamin, impersonifica l’angelo della storia. Noi, invece, abbiamo lo stesso identico ruolo, ostinatamente rivolti in avanti, verso la prossima estate record, la prossima emergenza energetica, il prossimo consiglio dei ministri sul caro-bollette, il prossimo politico pronto a giurare che, se farà più caldo, allora d’inverno pagheremo meno di riscaldamento. È il fiume, con lo stesso sgomento, a guardare all'indietro; esso espone, proprio mentre si prosciuga sotto la spinta del clima che abbiamo distrutto, gli strati di violenza che credevamo definitivamente sepolti.

“Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.”

La tempesta che oggi spegne una centrale nucleare è la stessa, per progressione storica, che ottant'anni fa affondava navi da guerra. Il fango del fiume non fa distinzione tra le due catastrofi e le tiene più vicine di quanto vorremmo credere, o sperare.

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Angelus Novus di Paul Klee - da: Wikipedia

Questa coincidenza ci è scomoda. Siamo abituati a pensare il progresso come una linea che si allontana dal passato, che lo lascia alle spalle, che se ne dimentica. Il Danubio oggi ci suggerisce il contrario. Questa accelerazione ininterrotta che noi chiamiamo progresso sposta le nostre macerie più vicino alla superficie, più vicino al nostro sguardo, senza seppellirle, senza scordarsele sul letto della storia.

Ed ora, davanti alle immagini del Danubio – fiume sulle cui sponde ho vissuto tra aironi e nutrie –, mi chiedo: quante altre rovine su rovine stiamo accumulando oggi, convinti di guardare avanti, che qualcun altro sarà costretto a far riemergere?

Tommaso Filippucci