La reputazione dei vivi

L’onore di Schnitzler e il caso Cambridge

di Tommaso Filippucci

A Cambridge era divenuto il più giovane professore nero nella storia dell'ateneo. Jason Arday, 41 anni, finito al centro di accuse di plagio accademico, travolto da settimane di gogna mediatica online. Il 14 agosto scorso è stato trovato senza vita in un appartamento di Battersea, a Londra. Andy Burnham, primo ministro britannico, l’ha definita "una tragedia su più livelli”; L’opinione pubblica ha fallito ancora, questa volta nel modo in cui il caso è stato raccontato.

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Jason Arday da: The Economist

Ora non starò a speculare sul caso in sé, perché non è di mia competenza e, soprattutto, perché sento che mancherei di rispetto a chi la vita l'ha persa; possiamo però trarne una riflessione di fondo, a patto di non annacquarla. Ieri sera, mentre leggevo la novella di Arthur Schnitzler, Il sottotenente Gustl, un dettaglio, una frase, mi hanno quasi ferito:

“Santo cielo, che importanza può avere se qualcun altro sa una certa cosa! Io la so, e questo è l’essenziale! Io sento che adesso sono diverso da com’ero un’ora fa […] per tutta la vita non avrei più un momento di costante tranquillità […] che uomo felice ero io un’ora fa…”

Cosa significa essere accusati e sentirsi addosso gli occhi malevoli del mondo intero?

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Arthur Schnitzler da: Guanda

Dobbiamo essere chiari, Arday era sottoposto a un'inchiesta reale, aperta da un'università su basi documentali; non un dettaglio da archiviare, perché il meccanismo che lo ha travolto non ha aspettato l'esito di quell'inchiesta per emettere la propria sentenza, e credo che non lo avrebbe aspettato comunque, fosse l'accusa fondata o meno. Ed è qui che la mia mente apre un parallelo con Schnitzler, trasformandolo in una diagnosi: nella società della trasparenza di Byung-Chul Han non esiste più zona d'ombra in cui l'errore, vero o presunto, possa restare privato, elaborabile, accertabile prima di essere giudicato. Ogni accusa diviene sentenza pubblica indipendentemente dal suo fondamento; un’indifferenza a quel fondamento, non l'accusa in sé, è il vero oggetto di questa riflessione.

" – basta, chiuso, la tua vita è finita! Punto e a capo!”

Schnitzler l’aveva messo in scena 126 anni prima, nel 1900, quando scrisse la prima novella tedesca costruita interamente come flusso di coscienza (mezzo secolo prima che quell'etichetta diventasse materia da manuale). Lo ha fatto perchè, prima di tanti, ha capito che solo l’animo può mostrare quanto sia vuoto l'onore quando diventa l'unico organo di giudizio di un uomo. Un panettiere manca di rispetto al sottotenente protagonista, ma il codice militare gli vieta il duello con un borghese, gli vieta la denuncia, gli concede solo la pistola contro se stesso. Un'intera notte a Vienna, tra caffè chiusi e giardini vuoti, una follia per immaginare il proprio funerale come si immagina una recensione. La beffa non sarà la sopravvivenza. Sarà la sua inutilità.

il sottotenente gustl
Il sottotenente Gustl da: Wikipedia

E se Gustl aveva almeno una notte, un intervallo in cui il verdetto non era ancora arrivato, oggi quell'intervallo si è azzerato. Il verdetto arriva prima dei fatti, non lascia scampo.

Nessun duello, nessuna pistola prevista da un regolamento. Un misero accumulo, commento, commento, condivisione, condivisione; lo stesso identico principio che muoveva Gustl nella notte viennese, ovvero la reputazione come unico luogo in cui si è ancora vivi.

Il codice d'onore militare, ovviamente, con le sue regole assurde e i suoi rituali di morte per procura, è un reperto da museo. Ma il meccanismo che Schnitzler mette a nudo, quello dell’identità sequestrata dal giudizio di chi guarda, si è moltiplicato, si è reso permanente, si è tolto perfino il bisogno di un tribunale e si è lasciato tra le braccia del popolo dei media. Foucault avrebbe riconosciuto qui il panottico portato a compimento, perchè la torre di guardia ora sarebbe inutile, ognuno è, a braccetto, guardiano e prigioniero di se stesso.

“Le cose non sono così facili per chiunque – c’è chi è costretto a torture che durano mesi…”
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da: Focus Scuola

La differenza tra le due storie è tutta in un dettaglio, piccolo e osceno: Gustl si salva per un infarto che non gli appartiene, un colpo di fortuna che la letteratura schnitzleriana usa per smascherarlo dopo una notte di paranoia. Arday vive il giudizio diretto, annichilito da una gestione dell’informazione che si dimostra, ancora una volta, infima e mediocre.

Forse la vera domanda che Schnitzler pone, e che il caso Cambridge riporta drammaticamente in superficie, è se esista ancora, da qualche parte, un luogo dove un uomo colpevole, innocente o non ancora giudicato, possa sopravvivere a un’accusa senza che essa diventi la sua unica identità residua.

Tommaso Filippucci