L’Italia senza microfono acceso e che non vende selfie come fosse ispirazione. Oggetti non identificati, silenziosi, senza sponsor o photo-op; la forza che si scaglia contro le vetrine dei salotti, contro il vuoto prosecco e la vomitevole sensibilità. Forse descriverei così Per ipotesi d’emozione di Alberto Barina. Paolo Donini corre in mio aiuto; nella postfazione lo definisce un libro "quasi non scritto", una devianza pulita da ogni cliché impettito del poetare bene educato. Barina si presenta scalzo, tra abissi marini e la provincia, lì, dove lui stesso direbbe che paga le bollette mentre evade il verso.
"Non scrivo, / non ho mai scritto, / e in un attimo rinnego / tutta la bellezza / in questo esilio."
Oggi i poeti non li perseguitano più. Peggio: li lasciano espiare. Blog letterari sospesi tra lo sfizio pomeridiano e la rabbia gratuita, onde social, freddi numeri sotto un post.
Barina fotografa questa sparizione con un'ironia che morde. Si autodefinisce "poeta stagista", "vuoto a perdere", "scarafaggio che rotola giù dal letto". Una biografia che mette a nudo il paradosso finale: dopo oltre trent'anni di scrittura e premi nazionali, incluso il De Palchi-Raiziss, presieduto nei primi anni Duemila da Franco Loi, ammette che l'amministrazione del suo paese natale probabilmente non saprebbe nemmeno riconoscerlo per strada.
La poesia, qui, è burocrazia dell'esistenza. Un "parassita della bellezza" che smette di essere un dono, un clandestino sociale che cerca appartenenza nello sguardo altrui, sapendo perfettamente che per lo Stato del finto merito lui, semplicemente, "non perviene".
La lingua di Barina viaggia su due registri opposti, due binari incidenti; da un lato, un lessico primordiale e marino, tra ippocampi, conchiglie, soffioni, liquidi amniotici. Qui il testo-chiave è Apnea di una donna pescatrice, dedicato alle donne Ama del Giappone, immortalate a metà Novecento negli scatti in bianco e nero di Fosco Maraini: donne che si immergevano senza bombole per raccogliere perle, pur essendo relegate dalla società a lavori di pura fatica come trasportare sale o legna. Barina si identifica in loro
"sono il tuono fragile / che esplora gli abissi"
Una specie di immersione al buio per strappare un briciolo di luce. Dall'altro lato, questo idillio acquatico viene squarciato dal lessico tecnologico e capitalista: "giga di memoria", "classifiche", "Dow Jones". In Le temperature del Kentucky (2005 Vs 2025), mentre l'umanità si perde nella bulimia di Narciso e normalizza il massacro virale come intrattenimento da scroll, un'Alexa metallica e disinteressata aggiorna il lettore sulle temperature del Kentucky. Barina evoca l'Uomo in frac di Domenico Modugno e lo trasforma nel Nuntereggae più.
"No, / non le ho amate queste parole, / perché non hanno mai preso / la sufficienza, e non hanno mai provato vergogna / di ogni mia beffarda creazione."
È un'estetica della rinuncia usata come scudo. Ammettere, come gli ripeteva suo padre, che la poesia "non serve a niente", è l'unico modo per sottrarsi alla mercificazione dello spirito. La poesia di Barina è un grido di boicottaggio piantato in mezzo alla piattezza contemporanea. Vuole essere quella "rotula mitrale" che si diverte a fare da fermacarte sui fogli della nostra distrazione collettiva; ostinazione eccentrica, randagia, libera.