Recensione Ritorno a Buenos Aires
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di Nicolò Silverii

Con Ritorno a Buenos Aires fa il suo ritorno alla regia di un lungometraggio di finzione anche lo stesso Marco Bechis. Un ritorno stupendo in quel passato atroce che è la dittatura argentina di cui proprio Bechis fu vittima e testimone.

La vicenda narrata è simile, per certi versi, all’esperienza personale del regista, ma non è biografica. Mariano Guerra, il protagonista, deve tornare a testimoniare le barbarie subite durante il periodo di detenzione al quale fu sottoposto trent’anni prima dal governo militare argentino, e il passato comincia a riaffiorare. Il senso di colpa incombente che è costretto a portarsi dietro da tutta una vita gli esplode nel petto e gli ricorda che non è morto, è vero, ma è come se lo fosse perché la memoria non si può cancellare.

Le nefandezze perpetrate dalla dittatura argentina vengono solo evocate, mai mostrate nel concreto, poiché non è più possibile mostrarle. Rimangono un’evocazione, come uno spettro che non esiste più eppure c’è, che non c’è più eppure non se ne va.

ritorno a buenos aires
Ritorno a Buenos Aires al cinema

La sceneggiatura è magistrale: lascia affiorare pian piano tutti gli elementi, senza forzare nulla, e unisce i puntini uno ad uno con precisione chirurgica. È proprio questo, forse, uno degli unici piccolissimi appunti che si potrebbero fare all’opera, e cioè il fatto che è troppo attenta ad essere precisa e manca a volte di scorrevolezza (ma è un ago nel pagliaio, anche perché è un film che si pone ontologicamente l’obbiettivo di essere preciso, e quindi va benissimo così).

La regia, invece, è sublime. Molti dicono che la semplicità delle scelte registiche rispecchia l’asciuttezza del tono, ma chi lo dice pecca di superficialità. Il tono è asciutto perché contrasta con la pesantezza del tema, e il risultato è da brividi. Le scelte registiche risultano semplici perché sono pensate con cura estrema e quindi si adagiano in maniera oltremodo naturale sul profilmico, ma riuscire in quest’impresa necessita di una sensibilità incredibile alla storia che si sta raccontando (cosa tutt’altro che semplice).

Chiudo con una considerazione veloce, ma non meno importante, sulla gestione del suono: impeccabile. È il suono che fa il film, diciamoci la verità, oltre alla straordinaria musica originale di Guglielmo Diana. La nuova tendenza ad utilizzare musica elettronica come colonna sonora è solo una moda o una scoperta eccezionale?

La filmografia di Marco Bechis è un eterno ritorno alla disgrazia argentina e forse anche lui, come Mariano Guerra, è costretto a continuare a guardare la realtà da dietro quelle sbarre che lo hanno rinchiuso da giovane. Eppure una via d’uscita, anche se momentanea, forse c’è: sta dietro la macchina da presa, o sopra un foglio.

23/09/26

Nicolò Silverii